logo rivista

Recensione su rivista “Musica”, novembre 2017

Che i pianoforti dell’epoca di Mozart suonassero in modo diverso dai nostri grancoda e` cosa risaputa, come dimostrano le decine di registrazioni oggi disponibili realizzate su copie di strumenti settecenteschi. Non si tratta, naturalmente, soltanto di una questione di timbro, ma dell’articolazione della frase, delle dinamiche, degli stacchi di tempo e dei contrasti tra i diversi registri della tastiera: ascoltato sul fortepiano Mozart sembra quasi un altro compositore rispetto al Mozart eseguito sul moderno grancoda.
E ` anche noto che nel Settecento era il clavicordo lo strumento usato per la pratica quotidiana, per lo studio durante i viaggi, a volte per comporre e perfino per dei piccoli concerti in contesti informali e familiari, in generale insomma quando non si aveva a disposizione un fortepiano o un clavicembalo. Sul clavicordo le corde non vengono pizzicate da un plettro come sul clavicembalo, ma fatte vibrare tramite una tangente che resta in contatto con la corda fino a quanto l’esecutore tiene premuto il tasto. Questa caratteristica permette una ricca gamma di sfumature espressive e perfino un minimo di dinamiche (il clavicordo era non a caso lo strumento prediletto da Carl Philipp Emanuel Bach): il limite del clavicordo e` pero` il ridottissimo volume di suono, limite che lo rendeva (e lo rende) del tutto inadatto al concertismo. L’esperienza di ascolto dal vivo di un clavicordo resta quindi piuttosto rara, come sono rare le registrazioni effettuate su questo piccolo strumento.
Un’integrale discografica delle sonate per pianoforte mozartiane su un clavicordo e` una scelta insolita e coraggiosa, anche perche´ Mozart, a differenza di Bach, apprezzava il pianoforte, per quanto, come tutti all’epoca, usasse nella pratica quotidiana sia il clavicembalo sia il clavicordo. A cimentarsi in questa avventura e` il pianista e clavicembalista Giovanni De Cecco, uno specialista del clavicordo.
Il primo volume della sua integrale, pubblicato dall’etichetta Da Vinci (nome italiano, ma sede in Giappone: lo rivelano le note del booklet, solo in inglese anche se scritte dall’italiano Edmondo Filippini), e`stato registrato lo scorso maggio ed al primo ascolto puo`  lasciare sconcertati. E ` come se dovessimo risintonizzare le nostre onde emotive rispetto alla musica di Mozart. Musica piu` intima ed affabile, tra gli scricchiolii della meccanica (De Cecco usa una copia moderna del clavicordo Heinrich Silbermann del 1775, con una tastiera di 61 note, conservato al Germanisches Nationalmuseum di Norimberga), le oscillazioni dell’intonazione, la lentezza della risposta dello strumento rispetto all’azione del tasto ma anche una ricchezza sorprendente di sottigliezze timbriche e dinamiche.
Gli stacchi di tempo sono di necessita` molto contenuti, ogni brillantezzae` bandita, tutto sembra sussurrato a mezza voce ed in certi passaggi il fraseggio e` quasi «detto» piu` che « suonato », in particolare nei movimenti lenti. Interessante e` la Sonata in la K 310, la cui drammaticita` qui si risolve in una dimensione tutta interiore: un’interpretazione greve e cupa, efficace anche se priva di gesti sonori eclatanti.
L’unico appunto a questa registrazione e` sulla presa del suono, a tal punto ravvicinata da mettere in rilievo le durezze della meccanica, quando uno dei pregi del clavicordo e` proprio il calore del timbro: se lo si ascolta a qualche metro di distanza, pero` , e non con le orecchie dentro la cassa armonica.

Luca Segalla
recensione musica novembre 2017

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *